Recensione: “Independence Day – Rigenerazione” ritorna dietro alla macchina da presa Roland Emmerich

Sono momenti di doloroso e speranzoso raccoglimento per tutti gli abitanti della Terra. In “Independence Day – Rigenerazione” sono trascorsi vent’anni da quella vittoria, datata 4 Luglio 1996, del genere umano sugli invasori alieni in “Independence Day” e come ogni 4 Luglio di ogni anno i sopravvissuti celebrano la propria libertà, la propria indipendenza, ma sopratutto la memoria dei caduti che si sono sacrificati per proteggere il pianeta ed il suo popolo dalla minaccia extraterrestre. Ma come in passato nuove ombre ostili si stagliano nei cieli dell’amato globo celeste.

Con “Independence Day – Rigenerazione” ritorna dietro alla macchina da presa “lo specialista in demolizioni cinematografiche” Roland Emmerich (“The Day After Tomorrow – L’alba del giorno dopo”, “2012”) riprendendo e proseguendo le trame forse del suo più grande successo, “Independence Day”(distribuito nel 1996). In “Independence Day – Rigenerazione” tutto è più grande, gigantesco, tutto è più colossale rispetto al suo predecessore. Navicelle più voluminose, situazioni catastrofiche molto più magniloquenti ed un maggior numero di alieni in bella mostra. Di pari passo con lo sviluppo delle tecnologie terrestri del film, anche quelle del cinema sono progredite col tempo consentendo la realizzazione di un panorama apocalittico di proporzioni mastodontiche. Però l’ultima fatica di Emmerich è come mangiare una grande mela splendente, di quelle che si trovano al supermercato, che in sé racchiude poco sapore. Per l’appunto, il difetto principale della pellicola sta nella quasi totale assenza della paura dell’ignoto e del “mistero!”. Come probabilmente esclamerebbe Mariello Prapapappo di “Colorado” (il programma umoristico di Italia Uno), la buffa maschera ideata dal comico Gianluca Impastato. Perché ormai lo sanno praticamente anche i muri: gli alieni esistono sul serio, l’Area 51 non è più un enigma da risolvere e “quella merda verde” (il colorito appellativo che nel primo capitolo il personaggio di Will Smith, il Capitano Steven Hiller, aveva dato al laser alieno) è stata da tempo integrata negli armamenti terrestri. Insomma, di quella palpabile suspense e di quel potere fascinatorio dell’esistenza, o meno di altre forme di vita che si respiravano in ”Independence Day” (pur sempre “un’americanata”, ma “un’americanata” resa interessante da questi intriganti aspetti) ve n’è ben poca traccia nel suo seguito.

Oltretutto, i vari filoni narrativi (ovvero delle semplici storie di uomini in lotta per la vita) che si sviluppano parallelamente all’ennesima invasione aliena si rivelano insufficientemente coinvolgenti e l’abuso della CGI a scapito dell’uso di modellini, e di animatronics appiattisce la veridicità, la pericolosità, nonché l’inquietudine che dovrebbero suscitare questi furiosi alieni.

Eccezion fatta per Bill Pullman (che dà un’appassionata lettura di un ex presidente degli Stati Uniti pieno di ansie e profondamente segnato dalla guerra di vent’anni fa), gli altri ritorni del vecchio cast (Jeff Goldblum, Brent Spiner, Judd Hirsch, Vivica A. Fox) si sono visti molto stanchi e lontanamente in parte, ed i nuovi innesti (quali ad esempio Liam Hemsworth, Jessie Usher e Maika Monroe) sono distanti anni luce dallo straordinario carisma dei loro antesignani Smith, Goldblum, Pullman, eccetera eccetera (è quasi più d’impatto la foto incorniciata di Will Smith nei panni del Capitano Steven Hiller, che ad un certo punto balena appesa su uno dei muri della Casa Bianca, che le interpretazioni delle novelle leve del franchise alieno).

Tuttavia, “Independence Day – Rigenerazione” non è completamente da buttare. Con taluni elementi come l’approfondimento della fisiologia aliena, del loro ecosistema e la preannunciazione di una prossima alleanza intergalattica che probabilmente troveremo nella terza pellicola che chiuderà “la trilogia del giorno dell’indipendenza”, accompagnati da un’azione ben costruita e da continui rimandi al primo episodio cinematografico, alla fin fine le due ore dell’ultimo film di Emmerich si lasciano guardare, magari in una nostalgica serata dove si cercano di ricordare con affetto gli anni 90’, ma niente di più. UN’OPACA NOSTALGIA CANAGLIA.

Gabriele Manca

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