Recensione: Giovanni’s Island

Lucca Comics & Games è anche questo. Mi sto riferendo alla possibilità che da questa fiera, a chi vi partecipa, di essere testimone in certi casi di pellicole pregevoli che difficilmente da noi vedrebbero la loro luce in sala. Dico questo proprio perché Giovanni’s Island, un film d’animazione di origine nipponica del 2014, distribuito sia dalla Warner, che dalla GKids (U.S.A.), che dalla scozzese Anime Limited, è capace di smuoverti dentro sino nelle più profonde viscere dell’animo umano. La storia è ambientata subito dopo il secondo conflitto mondiale su un’isola del Giappone, e per la precisione sull’isola di Shikotan, e gira attorno alla sua invasione da parte dell’armata rossa, ma soprattutto al commovente legame d’amicizia nato fra i due fratelli Junpei e Kanta, che sono il corrispettivo dei nomi italiani di Giovanni e Campanella, ed una bambina russa di nome Tanya. Il film, costruito su delle reali testimonianze di alcuni ex abitanti dell’isola in questione, è un perpetuo viaggio emotivo e straziante che non mancherà di far scendere anche qualche lacrima a chi lo guarderà. Pur essendo attualmente un territorio annesso al paese sovietico, in questo specifico periodo storico i russi su Shikotan vi instaurarono una forzata coesistenza con i suoi abitanti originari. Il regista Mizuho Nishikubo sfruttando i tragici eventi che colpirono il Giappone in quegl’anni, ha voluto soffermarsi su come gli individui possano trovare un punto d’incontro e stabilire un sincero e forte rapporto d’amicizia, pur anche se immersi in un clima di costante sofferenza, riuscendo ad andare oltre le diversità culturali e le divergenze militari. Tutto ciò ci vuole ricordare, lavorando su la sensibilità di ognuno di noi, che un fiore, nascerà e crescerà rigoglioso e vigoroso più che mai, più in mezzo ad un mare di letame, che altrove. L’attaccamento fra i tre bambini protagonisti di questa vicenda riesce a riportarci concretamente a quei tempi, in cui ci si sosteneva a vicenda, per farsi forza e per poter in qualche modo sopravvivere agli orrori che la guerra portava con sé. Una solidarietà che è raro scorgere al giorno d’oggi. Oramai la maggioranza di noi, dovuto anche dal fatto che viviamo in un’epoca di pace, è presa così tanto da sé stessa da non vedere tutto ciò che la circonda. Il titolo allude al racconto per ragazzi Una notte sulla ferrovia galattica, scritto da Keji Miyazawa nel 1927, considerato un classico della letteratura giapponese, dove Giovanni, la figura principale del libro, vive un viaggio onirico su un treno volante; ed è appunto dai due personaggi principali di tale narrazione, che Junpei e Kanta hanno ereditato i loro nomi, il preferito dalla loro madre ormai defunta, vittima pure lei dell’appena conclusasi sanguinaria battaglia per la supremazia. Giovanni assieme a suo fratello minore, traendo spunto dal motivo principe della trama di Una notte sulla ferrovia galattica, viaggiano con la loro fervida fantasia, non ancora demolita dalla ferocia di cui può essere capace l’uomo, per cercare di evadere dalla cruda e spietata realtà che avvolge la loro quotidianità, trovando il modo e la maniera di sorridere e di rimanere bambini ancora per un po’. È davvero toccante rendersi conto come bastasse un niente per trarne divertimento e sollievo dalle brutture di allora. Un ballo, un gioco, un’amicizia inaspettata, tutto poteva essere indispensabile per ribaltare positivamente la giornata. Ma soprattutto, Giovanni’s Island, contribuisce a scolpire nella mente di chi lo vede il carattere e la tempra di questi giovani uomini, che continuano imperterriti a non farsi abbattere dalle avversità, pur anche se drammatiche, camminando sempre a testa alta in onore del popolo a cui appartengono, una prerogativa questa, che più e più volte ci è stata dimostrata dalla gente del Sol Levante.

Emblematica è la sequenza ove la coraggiosa classe elementare di cui fanno parte Giovanni e Campanella, nonostante sia quasi priva del tutto di strumenti musicali per intonare le canzoni nell’ora di musica, non molli e canti ancora più a squarciagola di prima, benché la classe adiacente alla loro, composta esclusivamente da bambini russi, canti sopra le voci dei piccoli studenti nipponici, accompagnata dal pianoforte che era sino a poco tempo fa di proprietà di quest’ultimi. Inoltre, la pellicola si concentra su come un fanciullo elabori un lutto aggrappandosi spesso alla sua fertile immaginazione di bambino. Vorrei oltretutto aggiungere quanto Nishibuko non si sia soffermato soltanto su una gestione accurata delle immagini, ma persino sulle musiche che le accompagnano, che nel finale si ripresenteranno in maniera toccante, come memoria indelebile del passato dei protagonisti. Spero che, se il lungometraggio verrà distribuito anche nelle sale di tutta Italia, venga mantenuto in lingua originale come l’ho visto io, in quanto penso che renda la vicenda molto più autentica e terrena. Una vicenda senza alcun ombra di dubbio in grado di commuovere chiunque, perché girata con limpida genuinità e sincerità, la quale, sono certo che genererà un’intensa e travolgente empatia tra l’infanzia di alcuni spettatori e quella dei fratellini Kanta e Junpei.

 

Gabriele Manca