Recensione: “Ghost in the Shell” Scarlett Johansson al banco di prova con il cyberpunk

Il grande pubblico non dirà probabilmente quasi niente, ma chi si è da sempre nutrito di pane e NERD cultura, per questi, “Ghost in the Shell” del 1995 girato dal giapponese Mamoru Oshii è un vero e proprio cult dell’animazione nipponica, che, soprattutto debitore dell’omonima fonte originaria – il manga partorito dalla brillante genialità di Masamune Shirow –, è anche assurto a indiscutibile capolavoro animato del Sol Levante, praticamente paragonabile alle opere del maestro Hayao Miyazaki.
In soldoni, il “Ghost in the Shell” del 2017 diretto dall’inglese Rupert Sanders (“Biancaneve e il cacciatore”), non è che la trasposizione in live action proprio di quel film animato del 1995 che fu realizzato da Oshii.
Per i devoti della fumettistica e dell’animazione giapponese – in certi casi dei fiscalissimi puristi – in genere è sempre molto difficile apprezzare un prodotto mediale di matrice nipponica soggetto ad un rimpasto statunitense. Il motivo principale è una sconveniente e massiccia occidentalizzazione della cultura orientale, insomma, un’inadeguata americanizzazione del tutto, che non fa che impropriamente deviare dalla filosofia e dal particolare sound narrativo tipico del Sol Levante. Ed in talune occasioni, tutto sommato, come dargli torto. Basti pensare a cinematografici scempi quali “Dragon Ball Evolution”, “Street Fighter – Sfida finale” con Van Damme od al recente timore suscitato dal primo trailer dell’americana rivisitazione in carne e ossa di “Death Note”.
Riallacciandoci propriamente a quest’ultima osservazione, il “Ghost in the Shell” di Sanders si trova praticamente a metà strada fra il rispettoso ossequio del film di Oshii ed un punto prospettico tutto U. S. A. che svilisce un po’ la sua controparte animata. Nel “Ghost in the Shell” del regista inglese di buono c’è la riguardosa riproposizione di varie sequenze e delle tecnologiche atmosfere cyberpunk del suo predecessore di ventidue anni fa. Di contro però scorgiamo, rispetto al suo antesignano, una riflessione deprecabilmente semplificata sul progresso scientifico e sin dove potrebbe eticamente spingersi. Di positivo ritroviamo gli sfaccettati intrighi politico-finanziari del cult del 95. Di negativo abbiamo un’elementare definizione del concetto di identità, manchevole della complessità eviscerativa insita nella definizione di identità contenuta nel cartone. Lodevoli le musiche composte da Clint Mansell (“Il cigno nero”) e da Lorne Balfe – in passato assiduo collaboratore di Hans Zimmer –, che richiamano tantissimo le sonorità dell’opera a cui si è ispirato l’attuale “Ghost in the Shell”. Ma all’opposto la realizzazione di un finale, ahimè, superficialmente action, decisamente lontano dalla profondità dell’epilogo animato.
Scarlett Johansson nei cibernetici panni della protagonista, il Maggiore Mira Killian Kusanagi, si conferma fisicamente somigliante alla versione del personaggio dipinto da Oshii, d’altro canto però, benché non dispiaccia, la sua interpretazione non riesce ad eguagliare la magneticità ed il gelido sguardo della Kusanagi animata. In un certo qual modo, lo stesso discorso vale pure per tutti i comprimari del film, non sempre in linea con lo spessore dei loro simulacri della pellicola nipponica di più di due decadi fa.
A conti fatti, questa rilettura del capolavoro di Mamoru Oshii è un discreto esercizio filmico – nonostante i difetti appena elencati ed un’eccedente operazione di whitewashing – che di sicuro ne preserva lo shell – il guscio –, ma in effetti molto meno il ghost – l’anima.

Gabriele Manca