Recensione: “Cafè Society” Woody Allen racconta la ruggente New York degli anni trenta

Dopo un lungo viaggio itinerante che lo ha portato prima nella magica città di Parigi (“Midnight in Paris”, 2011); poi nell’eterna capitale romana (“To Rome with Love”, 2012); nella californiana San Francisco (“Blue Jasmine”, 2013); nell’elegante Costa Azzurra (“Magic in the Moonlight”, 2014) ed infine nello stato del Rhode Island (“Irrational Man”, 2015), con “Café Society” il piccolo Woody Allen, facendo da spola con Los Angeles, ritorna nella tanto amata Grande Mela, girando una sarcastica commedia sentimentale sullo sfondo di una scintillante Hollywood e New York degli anni Trenta.

Pungente, ironicamente brillante, a tratti persino un gangster movie che non si prende poi troppo sul serio, “Café Society” ridipinge le sofisticate atmosfere de la crème de la crème della vecchia Hollywood, nonché della mondanità newyorkese di quell’epoca. In “Café Society” la dissacrante vena comica di quel minuto omino tutto occhiali di nome Woody Allen riacquista nuova forza, dopo la più che discutibile stereotipizzazione italica in “To Rome with Love” e la flebile ilarità di “Magic in the Moonlight”. Nella pellicola le riconosciute doti di paroliere di Allen brillano in una sceneggiatura (scritta dallo stesso regista) fatta di momenti dai tempi comici guizzanti, che si susseguono in un continuo umoristico crescendo di intelaiatura teatrale, letti impeccabilmente da Jesse Eisenberg (il perfetto alterego di un giovane Woody Allen) nelle vesti del protagonista Bobby Dorfaman e dall’ebraica famiglia di Bobby.

Ma la commedia e la satira sul patinato mondo di Hollywood e sul sottobosco della ruggente New York (magistralmente pennellati dalla pastellata fotografia di Vittorio Storaro) sono solo un piacevole divertissement distribuito sapientemente qua, e là, che sostiene la volontà di Allen di esprimere sopratutto la sua estrema visione romantica, sofferta, sognante, naïf, quasi come incorniciata, dell’amore e più in generale della vita, quest’ultima vista anche come una serie di coincidenze che non smettono mai di farci riflettere su quanto”la vita sembri una commedia scritta da un sadico commediografo”, che si diverte a non dare libero sfogo alle passioni, mantenendole vive ed al contempo frustrandole. Gli sguardi assorti sul finale di Eisenberg e di Kristen Stewart (decisamente delicata e magnetica nel ruolo di Veronica Sybil) ne sono una nostalgica ed amara conferma di quell’amore corrisposto, che purtroppo non può fare altro che essere totalmente imbrigliato nella razionalità.

Forse sarà sempre il solito Allen fra romanticismo e commedia senza tante novità che ormai tutti conosciamo, ciò non toglie che la sua poetica, all’età di ottant’anni, sembra che stia pian piano riassumendo la vivacità d’un tempo.

Gabriele Manca