Recensione: “Billy Lynn – Un giorno da eroe”. Cosa resta della guerra quando si ritorna in patria?

In “Billy Lynn – Un giorno da eroe” un momento prima si marcia per giorni e giorni per le lande desertiche del territorio iracheno, si prende parte ad una serie di rischiose azioni militari, si taglia la gola a qualche Alì Babà e si stringono fraterni legami con i propri commilitoni, ai quali di punto in bianco siamo già pronti a dargli il nostro ultimo saluto mentre completamente annientati li vediamo crivellati sotto i colpi del fuoco nemico. Quello subito dopo, come se nulla fosse, sono “soltanto due normali settimane americane”. Si fanno i bagagli e si ritorna in famiglia per festeggiare il giorno del ringraziamento. Si fanno interessanti conoscenze femminili, progetti, parate, comizi, si presenzia al Super Bowl, si partecipa attivamente all’iperbolico halftime show di quest’ultimo con le star canore del momento e naturalmente si onora la bandiera, nonché la nazione che rappresenta. Un carrozzone mediatico glorificatore della prestanza americana che non si pone troppe domande: chiassoso, posticcio, artificioso, non scava affondo e  si tiene volutamente in superficie per una patriotica centrifugazione delle coscienze dei suoi astanti in un ebete cocktail U.S.A. che non sa, ma che crede di sapere. Perché la guerra, oh, la guerra è tutta un’altra storia. Billy ed i suoi compagni d’armi ne sanno qualcosa, rimpatriati per calcare da protagonisti questo grande, quanto miserabile teatrino sulle “virtù” della guerra.
Con “Billy Lynn – Un giorno da eroe”, successivamente alla poetica novella di “Vita di Pi”, il regista Ang Lee fa il suo ritorno dietro alla macchina da presa, però, nonostante la nobiltà delle tematiche, il film non è in grado di emozionare, se non in pochissimi casi (le confidenze fra Billy, interpretato da Joe Alwyn, e la sorella, impersonata da Kristen Stewart, sono alcuni di questi). Benché nella pellicola, tratta dal romanzo di Ben Fountain “È il tuo giorno, Billy Lynn! “, si cerchino di argomentare delicate questioni come i molteplici punti prospettici davanti ai quali si consuma la guerra o la sofferenza post traumatica dei soldati temporaneamente congedati dalla feroce violenza del fronte, guardando “Billy Lynn” lo spettatore proverà una straniante sensazione di distacco ed una certa incapacità ad empatizzare con i suoi eroi bellici.

Billy e la sua squadra, sballottati di qua e di là, sono storditi, covano rabbia, ridono, scherzano, piangono e si commuovono, sebbene solo loro, dato che il pubblico in sala giungerà ad una consapevolezza chirurgica delle varie sfumature della guerra, ma senza sentirsi coinvolto dalle passioni dei suoi reduci. Forse Ang Lee aveva più l’intento di sottolineare l’ignara visione del cittadino comune al sicuro fra le quattro mura del proprio focolare domestico, piuttosto che quella recrudescente di chi va a rischiare la pelle, eppure che cos’è il cinema se non è uno strumento capace di scuotere le nostre anime?
In pratica, “Billy Lynn – Un giorno da eroe” difetta soprattutto di una sceneggiatura costruita troppo approssimativamente, che manca di un ritratto più approfondito della sfera interiore dei suoi personaggi, e di una piatta scansione narrativa, a volte affiancate anche da una recitazione stanca ed imprecisa. Good luck soldiers, ne avrete davvero bisogno.

Gabriele Manca

 

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Recensione: “Billy Lynn – Un giorno da eroe”
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