Recensione: “Arrival” Denis Villeneuve si confronta con il genere fantascientifico rivoluzionandolo

Gli alieni sono di nuovo tornati. No no no, non si tratta dei maneschi alieni di “Independence Day”(questi hanno già dato l’estate scorsa). Di coccolosi extraterrestri dai luccicanti ditoni alla E. T. Né tanto meno di quegli ipersalivanti, bavosoni aliens legati all’omonima serie cinematografica. Bensì degli ermetici alieni di “Arrival” approdati sulla Terra con le loro navicelle ovoidali per uno scopo che gli umani dovranno letteralmente “decifrare”.
Come dite? “Arrival”? Vi chiedete se “Arrival” sia davvero un film sugli alieni? Anche. Ma non particolarmente. “Arrival” è un esercizio linguistico dove gli extraterrestri sono solamente un semplice strumento di cui abbisogna l’esecuzione di questa pratica semantica. La pellicola è un’esplorazione dello spazio onirico, un elastico temporale fra presente e futuro. E, sì, infine anche un film su una razza aliena giunta da un pianeta lontano lontano.
Con “Arrival” “Denis Villeneuve (“Prisoners”, “Sicario”) gira il suo primo film fantascientifico, manipolando la materia alienica, assieme allo sceneggiatore Eric Heisserer, in un modo alquanto inusuale e con una certa originalità. Indubbiamente c’è da riconoscere a Villeneuve la coraggiosa scelta di aver ricusato la strada più comoda, magari un’eccitante baruffa fra invasi e invasori, preferendo la realizzazione di un’opera Sci-Fi definita da una significativa cerebralità e da una riflessiva connaturazione intimistica; un approccio, questi, probabilmente decisivo per “Arrival” in merito ai molteplici consensi ricevuti nel corso della 73ª Mostra internazionale del cinema di Venezia ed alle 8 candidature aggiudicatisi agli Academy Award di quest’anno.
La pellicola, tratta da uno dei racconti di fantascienza di “Storie della tua vita” un libro antologico scritto da Ted Chiang pubblicato nel 2002, su uno sfondo immaginario dà una forte risonanza a taluni aspetti cruciali della vita vera quali l’amore e la perdita, senza tralasciare una perturbante tensione scenica. Fatto sta che la suspense, in seguito ai primigeni incontri ravvicinati che hanno il sapore della novità, con il trascorrere del tempo perde di incisività (ci si abitua, insomma), isolando la sfera drammatica che, non più spalleggiata, molto spesso intorpidisce lo scioglimento narrativo di questo singolare ravvicinato contatto del terzo tipo, in parte sgonfiando il pathos convogliato nella prima metà di “Arrival”.
“Arrival”, l’ultimo lavoro del canadese Denis Villeneuve, veicolato da una solida regia, è un film interessante che cerca di rompere gli schemi del genere alien invasion (riuscendoci in pieno), con una protagonista, Amy Adams (l’unica purtroppo a sorreggere l’intera baracca interpretativa), più che convincente nel ruolo della linguista Louise Banks, sebbene alla lunga lo spettatore, infondo, non voglia desiderare altro che un potente raggio laser od un gigante missile nucleare vengano scoccati da un momento all’altro per un bel pirotecnico kaboom definitivo. “Buon 4 luglio papà”.

Gabriele manca