Recensione: “Alice attraverso lo specchio” un nuovo viaggio psichedelico targato Disney

“Alice attraverso lo specchio” si scoprirà saldamente imbrigliato nell’inesorabile scorrere del tempo, mentre il nostro tempo speso a guardarlo sarà inesorabilmente imbrigliato nella noia quasi più totale.

Per l’appunto la domanda sorge abbastanza spontanea: ma ce n’era davvero bisogno? La risposta è sì, se si voleva chiudere quel cerchio aperto da “Alice in Wonderland” (il capitolo che precede “Alice attraverso lo specchio”) di Tim Burton; tuttavia, allo stesso modo, anche no, se il risultato è solamente un coloratissimo album di figurine di Sottomondo, dove ci sono proprio tutti, ma che una volta completato non possiamo far altro se non accatastarlo alla montagna di giornali ammucchiati giù in cantina, dato che oltre al primo gradevole colpo d’occhio (che però fa anche in fretta a tramutarsi in “un colpo in mezzo agli occhi”) non offre poi chissà cos’altro.

In “Alice in Wonderland” avevamo lasciato Alice imbarcarsi da Londra sulla nave mercantile del defunto padre per ereditare la professione paterna. In “Alice attraverso lo specchio”, invece, la ragazza ritorna a Londra dall’ultima rotta, l’esotica Cina (e ci sarebbe da aggiungere: perché non c’è rimasta?). Da qui incomincerà l’ennesima avventura (o meglio, sventura per coloro che si accingeranno a vedere il film) della giovane Alice in quel polpettone di narcotizzanti vicende nel barboso Paese delle Meraviglie, entro “l’accecante magnificenza del green screen”.

Dopo che il buon vecchio Burton ha pensato bene di tagliare la corda in seguito alle numerose critiche (non motivate, motivatissime) rivolte al suo “Alice in Wonderland” del 2010 (scegliendo solo di figurare fra i produttori di “Alice attraverso lo specchio”), alla regia la Disney stavolta ci piazza James Bobin (“I Muppet” e “I Muppets 2 – Ricercati”). Di certo Bobin, girando l’attuale pellicola, non sarà stato vittima di particolari traumi di transizione; l’unica differenza è che qui i pupazzi sono fatti di pixel, non di pezza.

In perfetta linea di continuità il film prosegue la cupa e coloratissima cifra estetica del suo predecessore, nonché lo stordente abuso della CGI. Tra vecchi e nuovi personaggi statici come giocatori di Subbuteo; un Johnny Depp nelle vesti del Cappellaio Matto con ancora quei due mattacchioni di Sparrow e Wonka che bussano alla porta della star hollywoodiana; l’imprevisto ritorno della fruttata mascotte di Expo 2015 (questa poi!) e gli illegittimi discendenti dei Transformers di Michael Bay, le novelle peripezie di quella bricconcella di Alice faranno desiderare una serata revival sulla tanto vessata “Corazzata Potëmkin”.

Il passato, come sottolinea la morale di “Alice attraverso lo specchio”, non può essere cambiato in alcun modo, ma si può almeno imparare da quest’ultimo… Peccato che la Disney non l’abbia ancora afferrato.

Gabriele Manca

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Recensione: “Alice attraverso lo specchio”
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