Intervista esclusiva : Marco Balzano vincitore del premio Campiello con “L’ultimo arrivato”

Marco Balzano è una delle firme della moderna letteratura italiana più apprezzate. Il suo ultimo romanzo “L’ultimo arrivato” ha vinto il premio Campiello ed ha ricevuto ampi consensi da parte di pubblico e critica. Il romanzo racconta la storia di Ninetto un bambino di appena dieci anni che negli anni cinquanta lascia la Sicilia per emigrare a Milano in cerca di fortuna. La nuova opera di Marco Balzano è un  Bildungsroman intriso di  verità storica ed un racconto intenso e sincero nel quale molti emigrati sapranno riconoscersi dove il passato della città meneghina si scontra con il presente. Noi di Domani Press abbiamo parlato con lui di questo nuovo successo editoriale.

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Il romanzo “L’utimo arrivato” racconta una  storia di immigrazione ambientata negli anni cinquanta in maniera verosimile. Quali sono state le tue fonti storiche? Come mai hai deciso di esplorare questo periodo storico?

Anche nei due romanzi precedenti (Il figlio del figlio e Pronti a tutte le partenze) avevo parlato di immigrazione, lavoro, conflitti generazionali. Sono un po’ i miei temi. Questo libro narra però un aspetto poco conosciuto della storia dell’immigrazione, perché i protagonisti sono bambini e ragazzini che vanno in cerca di fortuna senza il sostegno delle loro famiglie. Ancora negli anni Sessanta diversi minori del nostro paese sono emigrati in questo modo. Ho studiato l’argomento e sono poi andato a incontrare qualche vecchio emigrante bambino: gente che mi ha aperto le porte di casa e mi ha raccontato la sua storia. Sono state le loro parole che hanno sostenuto la mia fantasia e mi hanno permesso di ricreare una forte verosimiglianza con quella memoria recente. Recente anche se la frenesia del presente tende a farcela falsamente considerare come remota.

 

Ci sono due fasi temporali nel romanzo: una che racconta l’infanzia del protagonista Ninetto che arriva nella Milano operosa degli anni 60 e l’altra invece proiettata nel presente con la “nuova” Milano dell’expo e dell’altra immigrazione, quella con cui il protagonista ormai cinquantasettenne si deve scontrare per poter trovare lavoro . Tu da Milanese cosa avresti voluto vivere della “vecchia Milano” e a cosa invece faresti fatica a rinunciare?

E’ una bella domanda. Della Milano di allora mi sarebbe piaciuto vedere appunto quell’operosità a cui fai riferimento, percepire quella speranza che non negava la miseria esistente ma la addolciva. Mi sarebbe piaciuto vedere semplicemente la città nella sua quotidianità, ritrovarci le atmosfere di Gadda e Testori, di Jannacci e Gaber. Della Milano di oggi sinceramente ne penso bene: nessun’altra città ti restituisce così realisticamente la complessità del presente. Non è una città che edulcora nulla, Milano, ma è anche un luogo di possibilità e un luogo ideale per misurarsi con se stessi e gli altri.

 

Tra i due tempi del romanzo con l’adolescenza del protagonista fatta di scoperte e lotte e poi quella della sua maturità raccontata con intensa drammaticità manca la descrizione della fase in cui Ninetto lavora in fabbrica per più di trent’anni. Come mai questa scelta?

Per due ragioni: la fabbrica l’hanno raccontata in tanti, e io non sentivo di avere nulla di particolare da aggiungere sull’argomento. ma soprattutto perchè 30/40 anni passati in catena di montaggio si riassumono nella memoria come un’unica immagine: un’immagnie uguale e moltiplicabile per tutti i giorni passati in reparto. La fabbrica è raccontata col silenzio. Con un silenzio pesante che vorrebbe restituire al lettore un’alienzaione non teorizzata, ma concreta e vissuta faticosamente sulla propria pelle e le proprie ossa.

 

Il protagonista elabora i suoi ricordi in una cella del carcere di Opera. Il sentimento che prevale è quello romantico della nostalgia del passato soprattutto quando poi da nonno vuole mostrare a sua nipote i luoghi del suo passato che non ci sono più. Marcel Proust diceva che  “Il ricordo delle cose passate non è necessariamente il ricordo di come siano state veramente”. Il passare del tempo rende dolce ogni ricordo?

Non credo che il sentimento con cui il protagonista racconta a se stesso la sua storia, ripercorrendone i punti per lui più significativi, sia romantico o nostalgico. Questi emigranti ad esempio non conservano spesso un rapporto forte e continuativo con il paese originario o con la famiglia. E nemmeno la miseria di allora è rievocata con rimpianto. Quello che Ninetto rievoca con passione, allegria e malinconia sono le persone perdute, specialmente quelle che l’hanno trattato un po’ come un bambino mentre la vita l’ha obbligato a crescere in fretta. Insomma, una nostaglia degli uomini sì, della storia no. Ma, del resto, chi non è sorpreso ogni tanto dalla nostalgia degli amici perduti?

 

Ninetto è siciliano ed è in perfetta antitesi rispetto ai personaggi veristi attaccati alla loro terra d’origine. Ciò che manca a Ninetto è però il suo maestro elementare Vincenzo…tu sei un insegnante…possiamo scorgere un riferimento velatamente personale?

Il maestro Vincenzo è un personaggio molto importante, anche se non è un protagonista. Simboleggia l’importanza degli strumenti culturali per decifrare l’altro. lascia a Ninetto un amore per la parola che gli renderà meno amara la solitudine adolescenziale e poi quella del carcere. E gli lascia anche un diario, convinto che scrivere possa significare rispecchiarsi. Ti confido un segreto: il maestro Vincenzo era veramente il mio maestro elementare, ed era veramente il mio dirimpettaio. In un libro in cui dovevo farmi completamente da parte almeno un pezzo di me sono riuscito a inserirlo, e ne sono felicissimo.

 

Chiari riferimenti alla scuola sono presenti nel tuo precedente romanzo: “Pronti a tutti le partenze” che racconta la storia di un insegnate precario che emigra dal sud al nord. Cosa ne pensi della nuova riforma scolastica “La buona scuola” ?

Penso che in Italia si fanno le cose sempre troppo in fretta e approssimativamente, senza considerare la complessità delle situazioni su cui si interviene. Questo dà origine a infiniti pressapochismi e a errori che paga la gente sulla propria pelle: docenti, studenti, famiglie. E poi io non vedo nessuna riforma: si sono assunti in fretta e furia molti insegnanti perchè ce lo imponeva la Corte Europea, ma riformare vuol dire cambiare, aggiornare, ammodernare, e io non vedo in questo senso cambiamenti di rilievo.
“L’ultimo arrivato” ha vinto il “premio Campiello” ed ha raccolto ampi consensi di pubblico e critica. Come è cambiata la tua vita dopo questo prestigioso riconoscimento? Possiamo aspettarci un nuovo romanzo a breve?

Sono felice e orgoglioso di aver ricevuto il Campiello. E per una votla contento di me perchè ho preso quest’esperienza sin dall’inizio con un atteggiamento positivo: senza aspettarmi nulla ma nello stesso tempo credendoci. La vita non è cambiata. La vita, nonostante tutto, me la cambiano le persone, non i premi. Sono cambiate le mie giornate, pienissime di impegni e di incontri con molte persone, fatto che reputo una vera fortuna. Un nuovo romanzo ci sarà perchè prima del Campiello lo stavo scrivendo e prima o poi mi rimetterò a scriverlo, anche perchè mi manca molto passare il pomeriggio alla scrivania col caffè di fianco. Sui tempi non è ho la minima idea.

Il tuo romanzo è un romanzo fatto di luoghi oltre che di sentimenti. Ti piacerebbe vedere una sua trasposizione cinematografica? Quale attore vedresti nel ruolo di Ninetto?

Mi hanno sempre detto, e molto critici lo hanno anche scritto, che i miei romanzi si presterebbero bene al cinema.per quanto riguarda l’attore, ti rispondo come ho risposto all’intervista che mi ha fatto lo staff del Campiello nella serata finale: Toni Servillo.

Come ultima domanda parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo come vede il “Domani” Marco Balzano, quali sono le tue speranze e le tue paure?

Le speranze sono quella di continuare a scrivere e a raccontare storie e di far sì che le parole mi portino sempre persone senza isolarmi dagli altri. Le paure… Sono talmente tante le cose che mi spaventano che tanto vale concentrarsi sulle speranze.

Simone Intermite

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