M77 Gallery presenta MOVING MOUNTAINS di Robert Fekete

C’erano una volta un uomo e una montagna.
In realtà, era un uomo che guardava un quadro che rappresenta una montagna.
E poi c’era un altro uomo che guardava un altro quadro, nel quale c’è l’uomo che guardava il quadro che rappresenta la montagna.
I dipinti di Robert Fekete sono matrioske che fanno girare la testa, dove una scena ne contiene un’altra; il paesaggio, l’uomo che lo ammira e l’arte stessa si contendono il ruolo di protagonista.

Il titolo della mostra, Moving Mountains, viene da una poesia di William Blake:

Great things are done when men and mountains meet.
This is not done by jostling in the street.

Poems from Blake’s Notebook (c. 1807-1809)

Blake e gli altri pittori romantici sono la principale fonte di ispirazione per Fekete, che si definisce un neo romantico. Da Friedrich prende i personaggi visti di spalle che guardano il paesaggio; da Munch la forza e la ricchezza dei colori; ma è da Blake che prende qualcosa di fondamentale per la sua poetica: la predominanza dell’uomo.
Se le figure umane nei quadri di Friedrich erano sopraffatte dal sublime, quel misto di meraviglia e terrore che le schiacciava al cospetto della Natura, e se in Munch il cielo fa il verso all’urlo umano con i suoi colori furiosi, nella pittura di Fekete è l’uomo a imporsi. Umanista come Blake, Fekete abbandona la drammaticità e il simbolismo mistico del poeta e pittore inglese per rappresentare uomini dall’aspetto comune, ma forti e sovradimensionati. Figure umane che voltano le spalle allo spettatore, completamente assorbite in quello che sembra un duello di sguardi con la Natura.
Se come dice Blake uomo e montagna si devono incontrare, significa che uno dei due dovrà andare nella direzione dell’altro, ma intuiamo già che sarà la montagna a doversi muovere.
I personaggi di Fekete siedono immoti, o si stagliano solenni con le braccia alzate, come se avessero davvero il potere di chiamare a sé le montagne, innalzare i fiumi con un movimento delle braccia, togliere il colore al cielo per versarlo sulla parte inferiore della tela.
Sono eroi, forse gli ultimi eroi romantici, protagonisti di un’epica in cui l’uomo e la Natura sono finalmente alla pari.
In un certo senso, le opere di Robert Fekete sono mosaici, tessere d’ispirazione che l’artista raccoglie quando qualcosa lo colpisce, come un bambino che passeggiando in spiaggia si riempia le tasche di conchiglie. Ha un archivio personale a cui attinge per le sue opere: immagini in cui vede del potenziale, raccolte da vecchi poster, da riviste o manifesti, talvolta dal web, o create da lui. A volte i suoi quadri si citano l’un l’altro, in un gioco di rimandi che ricalca la struttura a matrioska di molti suoi quadri: una scena può venire trasportata da un quadro all’altro, variando la dimensione del dipinto o tagliando l’immagine in modo diverso; una scena verticale può diventa orizzontale, e un quadro più grande può diventare un particolare di un dipinto molto più piccolo.

Un rimescolamento che si applica anche alle tecniche pittoriche, visto che Fekete ama lavorare con materiali diversi: acrilico per il bozzetto, spray per le sfumature e olio per i dettagli, a cui talvolta si aggiunge il collage. Quest’ultima tecnica, che sovrapponendosi allo spessore della tela suggerisce la terza dimensione, viene non a caso riservata alla figura umana. Vediamo la Natura dipinta in quadri dentro il quadro, e l’uomo dentro il dipinto è l’unico a cui è concessa la finzione della tridimensioonalità.

Un mix curato, spesso integrato con figure geometriche il cui scopo è equilibrare la composizione, e in cui le varie tecniche pittoriche si integrano armonicamente. Sono dipinti a strati, che mostrano una personalità perfezionista ma sperimentatrice.

E la cosa più sperimentale in Fekete è forse proprio questa continua stratificazione: di suggestioni, di colori, di tecniche, di livelli di lettura, di scena nella scena.

E infine il particolare forse più straniante di tutti: l’uso della luce. Pur senza arrivare al surrealismo di Magritte, che dipingeva cieli azzurri sopra case immerse nel buio della notte, Fekete fraziona la scena dipinta illuminando la tela con due o più luci diverse. Così l’uomo dentro il quadro è quasi al buio, ma sulla montagna nel dipinto di fronte a lui splende la luce del giorno. L’unità della rappresentazione si dissolve nella compresenza di più stagioni o diversi momenti del giorno nella stessa opera, realizzando l’impossibile.
La profezia di Blake si è avverata.