Recensione: “Io sto con la sposa”: Il docufilm di Antonio Augugliaro e Gabriele Del Grande che racconta lo spirito di resistenza

Il cielo è di tutti. La vita è di tutti. Nessuno può decidere chi può o non può attraversare un mare.

Il 16 ottobre, a Pisa, il cinema Arsenale ha aperto le sale per la prima del film-documentario “Io sto con la Sposa” diretto da Antonio Augugliaro, Gabriele del Grande e Khaled Soliman Al Nassiry, finanziato ‘’dal basso’’ grazie ad una petizione girata sul web e per merito della quale è stato possibile non solo girare il film ma fare in modo che le esigenze principali per le quali il film è nato fossero portate a termine. Cinque siriani, sbarcati a Lampedusa, devono raggiungere la Svezia. Molti fuggono dalla guerra, altri dalla fame e dalla sete, tutti hanno voglia di vivere. Nell’ultimo periodo chi sopravvive alla “grande traversata’’ si trova di fronte a nuovi impedimenti: dal 13 al 26 Ottobre saranno dispiegati 18.000 poliziotti allo scopo di intercettare i migranti che non hanno documenti. Questo significa che chi non è regolare, come capita a molti palestinesi, i figli di nessuno, è rispedito a casa (se mai ne avesse ancora una) o nella migliore delle ipotesi è parcheggiato in centri di accoglienza, dove deve aspettare a lungo per un pezzo di carta, il permesso di soggiorno.

Sono 2.487 gli immigrati morti nel Canale di Sicilia dal ’94 ad oggi percorrendo le rotte che vanno dalla Libia e dalla Tunisia alle isole di Malta, Pantelleria e Lampedusa, quindi alla costa sud della Sicilia.

Quando la guerra entra in casa e la paura di perdersi diventa concreta non esistono più frontiere e questo pare l’abbia capito, unica tra tanti paesi europei, la Svezia che concede la residenza ai rifugiati di guerra.

Come raggiungere un paese così lontano senza incombere nei controlli delle dogane di frontiera? Molti si affidano ai contrabbandieri che spesso giocano brutti scherzi lasciando povera gente dispersa in luoghi ben lontani dalla meta, altri invece s’inventano stratagemmi e modi più umani di aiutare i rifugiati.

Come nel caso dei protagonisti del film. Una storia vera che racconta di cinque rifugiati siriani che s’incontrano a Milano insieme con un regista, un giornalista, sensibile alle vicende della guerra in Palestina (dove ha prestato servizio) e un poeta siriano con il passaporto italiano, quindi libero di circolare. Decidono di aiutarli, e aiutarsi a vicenda, ad attraversare l’Europa proponendo un percorso alternativo: dalla Francia al Lussemburgo, per poi arrivare in Danimarca e finalmente giungere in Svezia dove sperano di costruirsi un futuro migliore. Mettono su una sceneggiata, un matrimonio finto che dia loro la possibilità di passare inosservati alle frontiere. Durante il viaggio le emozioni si fanno sempre più forti. I ricordi, le illusioni, le paure e la nostalgia fanno da sfondo ad un viaggio che però è allegro e pieno di speranza. E’ un matrimonio non una spedizione di contrabbando.

Esseri umani ai quali è stato negato un diritto fondamentale quello di spostarsi legittimamente. Un diritto che non dovrebbe essere negato a nessuno. Di questo si tratta degli impedimenti che da esseri umani poniamo ad altri esseri umani, solo perché sono nati lì dove abbiamo dimenticato che esiste la vita. Questo è un altro tema che è evidente, è quello della vita che riecheggia la dove la morte fa padrona. Lo spirito di resistenza, la forza di sorridere ancora e la voglia di andare avanti si mostra nella sua forza trainante. Gli occhi umidi e pieni di orrori lasciano spazio alle canzoni e alla spensieratezza. Il più giovane del gruppo, un ragazzino con la passione per rap, chiude il film facendo un inno alla sua terra e aprendo una porta nel cuore di ognuno di noi, la musica in ogni sua forma può salvarci dall’orrore del mondo, basta essere caparbi e non perdere di vista l’assunzione fondamentale: siamo umani, restiamo umani!

Questo film non vuole tessere le lodi di nessuno, non mostra la benevolenza di alcune persone rispetto ad altre. Tratta invece del coraggio, della passione e dell’umanità di tre amici che hanno visto troppi orrori e troppa ingiustizia. La fratellanza che abbiamo dimenticato, quel sentimento che ci permette di giocarci il tutto per tutto pur di aiutare qualcuno che si trova in difficoltà, senza chiedere niente a nessuno, è mostrata nella sua forma più semplice.

Alla fine del film quello che rimane è che spesso l’unico modo per fare la cosa giusta è disobbedire ironicamente alla legge contro gli esseri umani.

Perchè la vita è di tutti!

Vincenzo Lo Russo